Se da un lato è evidente che il nostro modo di essere umani è in crisi, dall’altro siamo ancora poco attrezzati per immaginare qualcosa al di fuori del nostro orizzonte. Come i teologi padovani non riuscivano a vedere, attraverso il cannocchiale di galileo, il mondo post-geocentrico che si spalancava davanti ai loro occhi, così noi non riusciamo a vedere il mondo post-scientifico. Post-statale o post-monista che, pure, si va preparando. Eppure, contro il dominio della necessità, l’apertura al possibile è l’unica via – e, secondo Hannah Arendt (1951-1966), il totalitarismo è appunto questo: un gigantesco esperimento sulla natura umana, volto a conformarla interamente a una sola idea, entro una sola forma. Ma un altro mondo è possibile solo perché altri mondi sono già reali. Il grido dell’ultima grande stagione di lotte politiche in Occidente si salda alla presenza sul pianeta di altri modi di vivere, pensare, esplorare, conoscere, amare, curare ed essere presenti, la cui mera esistenza è già di per sé commento ironico alle nostre fissazioni. Non si tratta solo di proteggerli come sopravvivenze delicate, ma di riconoscere che, senza la presenza e la testimonianza di altro e di altri, l’orizzonte si chiude fino a farsi soffocante.

[…] Se accettiamo di sperimentare le cosmovisioni altrui così come si sperimenta, ad esempio, il pensiero di un filosofo, può capitare di percepire il proprio mondo secondo un’efficacissima chiave ironica (analoga, ad esempio, a quella che Marx impiegava nel decostruire le favole degli economisti classici). Vediamo un paio di esempi. Dal seicento in poi, in occidente, si suppone che gli individui si muovano nel mondo secondo una manciata di criteri elementari e perfettamente evidenti: badando al proprio utile, accumulando ricchezza stabilendo coi propri simili relazioni competitive per l’accesso alle risorse. Ora, in gran parte dell’Africa sub sahariana i criteri che per noi definiscono il comportamento normale sono quelli che delineano il comportamento stregonesco: stregone è che prende senza dare, chi devia i flussi di scambio a proprio vantaggio, che mette al lavoro gli altri per poi prelevarne i frutti – in altre parole, chiunque agisca in base al meccanismo della creazione capitalista di plusvalore. Per contro la relazione madre-bambino che è, ai nostri occhi, quella per eccellenza buona, disinteressata e generosa, è qui vissuta come estremamente pericolosa per entrambi i partner che, lasciati soli nella gravitazione diadica e senza l’intervento del collettivo, rischiano di entrare in una fusionalità autofagica che, alla lunga, costeggia la follia – come puntualmente rivelano i clinici nell’Occidente contemporaneo (Recalcati 2010).

[…] La molteplicità dei mondi rivela che ciascun collettivo umano è esito di una storia, della relazione fra ciò che è stato e ciò che è, di un insieme di conoscenze situate e di mediazioni pazienti fra ciò che già si dà e ciò che è ancora solo possibile. Al di fuori del cono di luce che ci è familiare sta l’ambito dell’ignoto, di ciò che ancora non è, del possibile: si tratta di una zona grigia, scivolosa, che ha a che fare con la crescita (ogni nuovo nato è portatore di un insieme inedito di potenzialità, che devono essere pazientemente lavorate dal collettivo per renderle compatibili col mondo in cui è avvenuto), con la crisi (ogni inceppo del “normale” funzionamento degli individui e dei collettivi richiede, per essere lavorato, l’accesso a ciò che ancora, per quel individuo o per quel collettivo, non si è dato); con l’incontro (ovvero con l’instaurazione di spazi comuni che prima non esistevano); e, in generale, col divenire.

[…] Dismessa la hybris moderna, si può tornare a stabilire relazioni civilizzate con un altrove/eccedente che, nel frustrare ogni nostra fantasia di onnipotenza, ci rimette in contatto con le dinamiche umane, delicate, della scelta e della potenza che si fa atto.

(Mondi multipli I: oltre la grande partizione, Stefania Consigliere)

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