Il conflitto, considerato nella sua dimensione ontologica, assume un significato che il linguaggio comune non sa riconoscergli, poiché lo interpreta come un semplice scontro con una dimensione di assoluta alterità- "O con me o contro di me", pensa volentieri il senso comune. In campo politico l'idea di conflitto evoca, in maniera analoga, ciò di cui ci si deve sbarazzare, l'altro dalla norma, dalla civiltà, dalla salute. Rimuovendo il conflitto, il nostro tempo tende a condfondere conflitto e barbarie, mentre quast'ultima non è che la forma più sinistra assunta talvolta dal conflitto stesso.

Riaffermando la dimensione ontologica del conflitto, noi rifiutiamo fermamente tale indebita assimilazione. Ogni volta che si appiattisce su una delle sue dimensioni, si cade infatti nella convinzione di sapere una volta per tutte dove sta bene e dove il male, dove finisce il sé e dove inizia l'altro da sé. Ne nascono identità rigide, il cui unico contenuto è la contrapposizione rispetto a un antagonista. "L'altro è l'altro e io sono io, prova ne sia che io sono cotro l'altro." Il conflitto è invece quella dimensione d'essere che consente di pensare in termini di molteplicità anziché di "stessità", di funzione piuttosto che di essenza.

Pensare in termini di conflitto significa poi pensare in termini di processi piuttosto che di individualità. Significa pensare, come Eraclito ha fatto molto tempo prima di noi, che ciò che emerge non emerge nel quadro di un'armonia prestabilita, e bene e male, giustizia e ingiustizia, salute e malattia non sono che i nomi degli elementi di una certa unità di contrari, le singolarità e le asimmetrie inscritte in una lotta più profonda. Si tratta quindi di pensare, contro tutta la tradizione della modernità e contro il suo rampollo bastardo, la postmodernità, che al di là di ogni morale tutto, nel mondo, è necessario.

(Elogio del conflitto, Miguel Benasayag e Angélique Del Rey)

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