Alla base dell’etnopsicoterapia c’è prima di tutto un metodo, un modo di procedere che è una tensione verso l’apertura. Alcuni accorgimenti tecnici consentono di tener aperto uno spazio non saturato da particolari teorie che permette anche al paziente e al suo gruppo di invocare gli oggetti ai quali sono naturalmente attaccati. In alcuni casi, è proprio attraverso il lavoro su di essi presi sul serio che si può aprire la via che porta alla risoluzione del problema; anche se spesso il lavoro in etnopsicoterapia non porta in sé la soluzione ma indica la strada per incontrare le risorse in grado di risolvere il problema. L’etnopsicoterapia si pone dunque fin da subito in un orizzonte plurale e pluriverso, dove anche i diversi monoteismi sono invitati a coesistere. Di suo, propone solo una visione generale degli umani nel mondo, la più scarna possibile, in grado di comprendere vite diverse: come quelle del contadino corso, del pescatore bretone e della marchesa parigina citati da Devereux; cerca, insomma, di poggiare su una teoria generale delle culture che sostenga una psicoterapia metaculturale. Devereux cercava questo appoggio nelle discipline umane applicate, e in particolare nella psicoanalisi. Quello degli etnopsicoterapeuti è invece un saper fare che nasce dopo, assieme alle descipline ibride del XXI secolo (antropologia medica, filosofia transculturale, teorie della complessità e della comunicazione), e che prevede specifiche competenze e nuovi percorsi formativi.Sullo sfondo, una multidisciplinarietà intesa non come giustapposizione di discipline, specie di patchwork culturale, ma come dialogo serrato tra approcci disciplinari e prospettive diverse, in cui ciascuna interroghi a fondo gli altri.

[…] Non si tratta quindi di strumentare il terapeuta col maggior numero di nozioni provenienti dalle varie discipline perché saturi di risposte la domanda portata dal paziente e dal suo gruppo; ma di metterlo in condizione di evocare, o far parlare, rappresentanti di mondi diversi, in modo che negli interstizi tra alterità in relazione si possa manifestare la possibile via di uscita. In questo processo di scoperta, il paziente e il suo gruppo giocano un ruolo di primissimo piano. L’etnopsicoterapeuta dovrebbe quindi, grazie alla sua formazione, essere in grado di assumere questa posizione sopportando l’incertezza che viene dall’esperienza della molteplicità dei mondi (e quindi dalla crisi della presunzione di verità universale che domina in quello al quale è attaccato).

 

(Le ragioni degli altri, Piero Coppo)

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