La fenomenologia ci ha insegnato che è impossibile separare le cose dal modo in cui appaiono agli altri. Questa ipotesi ci allontana radicalmente dal credere in una neutralità del terapeuta e ci invita, invece, a considerare le modalità con cui esse gli appaiono come componenti del fenomeno stesso. Ben lungi dal deplorare la presenza della mia soggettività, anche in quello che può avere di determinante nell'organizzazione del campo, io rivendico il mio "essere influenzato" in quanto strumento di comorensione dell'altro. Bracque diceva che il pittore non cerca di "ricostituire un fatto aneddotico ma di costituire un fatto pittorico". Per analogia, io direi che il terapeuta non cerca di ricostituire un fatto aneddotico, ma di costituire un fatto terapeutico.

Ci discostiamo così da un approccio che si vorrebbe scientifico per entrare a pieno titolo in una prospettiva estetica.

 

(Il rivelarsi del sé nel contatto, Jean-Marie Robine)

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