Per poter vedere l’acqua in cui nuota e divenire consapevole di ciò che determina la sua visione del mondo, l’esperienza dello spaesamento è il passaggio fondamentale che consente al terapeuta di viere una crisi della presenza che per molti versi somiglia a quella sperimentata da chi si rivolgerà a lui per aiuto.[…] Lo spaesamento è dunque l’esperienza di chi, per un motivo o per un altro (migrazione, ma anche altre occasioni di crisi della propria continuità culturale, dei propri attaccamenti fondamentali), perde i punti di riferimento che sono anche il senso condiviso dei segni e simboli di cui ogni ambiente, soprattutto se molto antropizzato, è saturo. Si tratta insieme di uno smarrimento cognitivo e di un vissuto emozionale intenso fatto anche di interesse per il nuovo, di paura per ciò che può comportare e dell’ansia di non essere in grado di fronteggiare gli imprevisti. E’, rispetto alla metafora di Linton (la cultura è l’acqua in cui il pesce nuota, attraverso la quale vede, ma che non vede), fare l’esperienza di essere immersi in un’altra acqua (o, in casi estremi, di essere gettati fuori dall’acqua). Questo cambia la visione delle cose, costringendoci a prendere conoscenza del particolare mezzo che abitualmente ci consente di vedere e della sua non operatività nelle nuove condizioni. E’ un’esperienza che apre e arricchisce, a condizione che si possa tornare diversi, più ricchi per l’esperienza fatta, al “riferimento domestico”, a ciò che ci tiene e al quale teniamo. Cercando nella vita di ognuno, sono sempre rintracciabili episodi di esposizione all’altro che avrebbero magari potuto, se riconosciuti e valorizzati, aprirci all’esperienza della pluralità; ma che spesso sono stati silenziati, ridotti o liquidati attraverso il giudizio difensivo che chiude nel già conosciuto, giudicato e compreso e nella conferma dei propri attaccamenti fondamentali come gli unici possibili e veri.

(Le ragioni degli altri, Piero Coppo)

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