In un punto imprecisato, tra cielo e terra

Uno sguardo retrospettivo, a dieci anni da un’importante esperienza di mediazione tra mondi…



“Oggi il mondo soffre di una nuova forma di povertà. Non c’è bisogno di ricorrere alle cifre: sono ampiamente note e ripeterle per l’ennesima volta servirebbe solo ad innalzare un altro muro di dati statistici. Più della metà della popolazione mondiale vive con meno di due dollari al giorno. Le culture locali con i loro rimedi parziali – fisici e spirituali – per alcune sofferenze della vita, sono sistematicamente distrutte o attaccate. Le nuove tecnologie e i nuovi mezzi di comunicazione, il neoliberismo, l’abbondanza produttiva, la democrazia parlamentare non riescono, per quanto riguarda i poveri, a mantenere nessuna promessa se non quella di fornire qualche prodotto di consumo da quattro soldi […]”.

John Berger, 2004.

”L’Uomo del Kathakali è il più bello fra tutti gli uomini. Perché il suo corpo è la sua anima. Il suo unico strumento. […] Ma di questi tempi è diventato inattuale. Inservibile. Merce scaduta. I suoi figli lo deridono. Vogliono diventare tutto tranne quello che lui è. Lui li ha visti crescere per poi diventare impiegati o bigliettai sui bus. Funzionari di infimo grado al di fuori di ogni categoria. Con un loro sindacato. Ma lui, lasciato lì a penzolare in un punto imprecisato fra cielo e terra, lui non può fare quello che fanno loro. Non può scivolare fra sedili del bus, contando resti e vendendo biglietti. Non può rispondere a campanelli che lo chiamano al lavoro. Non può umiliarsi dietro a vassoi di tè e biscottini. Quindi, disperato, si rivolge al turismo. Entra nel mercato. Svende l’unica cosa che possiede veramente. […] Diventa colore locale”.

Arundhati Roy, 1997.

Sono trascorsi 10 anni. Sono arrivato a Dakar il primo marzo del 2006. Ad attendermi, vi erano tre anni di lavoro su un tema per me nuovo. Di formazione psicologica, la mia precedente esperienza nel mondo della cooperazione risaliva ad un paio di anni prima in Congo, su un progetto d’emergenza a sostegno di donne vittime di violenza. Arrivavo quindi in Senegal con poca esperienza, tanto in cooperazione internazionale quanto sull’argomento principale del progetto. Dalla mia, il lavoro svolto in Italia nell’ambito della progettazione sociale, della formazione e dell’analisi organizzativa. Qualche timore. Un po’ di incoscienza. E una grande curiosità.

Tre anni tra Senegal e Mali, quindi, lavorando per il “Progetto MT”, ovvero il Programma per la Valorizzazione delle Medicine Tradizionali in Mali e Senegal, di cui buona parte trascorsi a Bandiagara, nella terra dei Dogon, portando avanti un discorso iniziato molti anni prima, in una prima fase da Piero Coppo e Lelia Pisani dell’Associazione ORISS, poi da altri, nell’ambito della Cooperazione Italiana.

Diverse le zone d’intervento: Louga, Fimela e Ziguinchor in Senegal, Kolokani, Bandiagara e più in generale la Regione di Mopti in Mali. Realtà diverse, diverse esperienze, ma lo stesso obiettivo: rafforzare le Associazioni di guaritori, accompagnarle in un percorso di crescita, fornendo loro gli strumenti (scambi, formazione, consigli, mezzi) per giocare un ruolo attivo e consapevole all’interno del sistema sanitario locale. Con la finalità di migliorare la salute e l’accesso alle cure della popolazione, con la preoccupazione di capire come conciliare il ruolo, la figura e i saperi del “guaritore” con le odierne trasformazioni sociali.


Al di là di finalità e obiettivi espliciti, la complessità del progetto – legata al tema principale in oggetto, il lavoro con la Medicina Tradizionale, ma dal punto di vista operativo anche all’estensione del territorio coperto ed alla molteplicità dei partner associati – ci ha costretti ad affrontare nel corso degli anni questioni diverse, solo in parte legate al tema della Salute e della Cura. A meno che a questi termini non si dia un’accezione più ampia. E la Salute possa riferirsi, allora, non solo alla salute di un individuo o di una popolazione, ma alla salute (e alla sopravvivenza) di una visione del mondo, di una cultura, di un totem, di una rete di rapporti, alla salute della comunità dei vivi e dei morti (1). E la Cura possa essere intesa come cura dell’ambiente, dell’ecosistema, della relazione con l’invisibile, dei rapporti di fiducia e rispetto, cura dell’altro (e cura dell’“altro”, in questo caso, significa sia prestare attenzione alle particolarità ed ai bisogni di un “altro mondo” come quello dei guaritori, abitato da esseri invisibili e radicato in un contesto sovente indecifrabile; sia entrare nel merito del diverso approccio della Medicina Tradizionale rispetto alla malattia ed al malato, con i suoi rimedi apparentemente miracolosi e le sue logiche, appunto, “altre”). Questioni emerse nel corso del lavoro, a volte come logico accompagnamento alle attività programmate, altre volte quale conseguenza dei momenti di difficoltà incontrati, nelle molte occasioni di scambio e confronto tra noi, con i partner, con i guaritori. Questioni che ci hanno costretto ad interrogarci ripetutamente sul senso di quello che stavamo facendo e sulla sua legittimità. Questioni ovviamente non risolte, e che hanno accompagnato questo progetto sino alla sua conclusione. Perché uno degli aspetti centrali di questo progetto è stato proprio la possibilità di “mettersi in discussione”, di accettare un confronto vero che ha costretto le parti a scontrarsi – prima che ad incontrarsi – con l’altro (e in parte con sé stessi, con i propri interessi, i propri attaccamenti e le proprie contraddizioni). E, dopo lo scontro ed il confronto, a misurare le risorse a disposizione, valutare le motivazioni sottostanti, determinare gli interessi reciproci. Per poi procedere, assieme, alla realizzazione di un progetto (per quanto possibile) condiviso.


In fondo è una questione di Potere. E di Mediazione. In questo progetto più che in altri. Poiché in gioco – per chi ha voluto giocare – c’era il nostro (e il loro) sguardo, il nostro (e il loro) modo di guardare il mondo.

Potere e Mediazione. Perché la costruzione di un rapporto di lavoro e di fiducia tra le parti doveva passare attraverso l’esplicitazione dei campi di forza, delle possibilità e dei limiti di ciascuno, in modo da tracciare i confini entro cui il rapporto potesse crescere, senza rischiare di scivolare in logiche truffaldine o ricattatorie; perché dietro le parti aleggiavano fantasmi che – evocati o meno – hanno giocato un ruolo forte nell’incontro tra mondi diversi, assumendo di volta in volta le fattezze del Colono, del Buon Selvaggio, dell’Esperto, del Grande Stregone, attivando in maniera più o meno consapevole dinamiche di controllo e di manipolazione; perché nell’incontro con l’altro abbiamo portato con noi la rappresentazione di un intero mondo, e in quanto suoi rappresentanti rischiavamo di assumerne pregi e difetti, logiche e condizionamenti, filtrando l’incontro e limitandone le potenzialità.

La responsabilità e la consapevolezza del Potere che ogni parte mette in campo in questo spazio d’incontro, quindi. E la fatica e la ricchezza del lavoro di Mediazione che rende questo spazio abitabile. Questioni che toccano ogni progetto di cooperazione, in realtà. Ma che in questo particolare contesto si sono intrecciate ad altre questioni, o a questioni “altre”, strettamente connesse allo specifico campo d’intervento ed all’approccio con cui questo campo è stato “lavorato”, agli assunti che sono stati posti alla base di questo progetto.

La Medicina Tradizionale non può rimandare unicamente alla Medicina, e non può essere circoscritta alla sola Tradizione. Prigioniera del potere delle parole, in questo caso, e della gabbia in cui la realtà viene costretta, parola per parola, sbarra per sbarra. Vittima delle semplificazioni necessarie, e a volte volute, che sfrondano la realtà delle sue parti più scomode.

La Medicina Tradizionale diventa una risorsa a cui fare ricorso “in mancanza di meglio…”; il sapere dei guaritori è un albero da potare per ricavarne gli unici frutti a cui il mercato occidentale è interessato, i rimedi erboristici; i guaritori vengono trasformati in relais comunitari, piccoli infermieri, al servizio della cosiddetta Medicina Convenzionale (2).

Un insieme complesso ridotto ad una somma delle parti. Una somma delle parti che procede per sottrazioni. Ed un insieme di soluzioni che non risolvono nessuna equazione (3).


La sfida del progetto, per non rimanere impantanati in – ed anzi opporsi a – queste logiche riduttive, è quindi stata quella di proporre uno scambio in cui entrambe le parti potessero uscire dall’incontro con un bagaglio di conoscenze e di strumenti che permettessero di fronteggiare la/le crisi in corso su entrambe le sponde dello sviluppo (4). Su una sponda, per i guaritori e per il mondo che rappresentano, si è trattato di familiarizzarsi con strumenti – come le Associazioni, il lavorare per progetti, l’attività di sensibilizzazione, il dialogo con la Medicina Convenzionale – che potessero aiutarli ad attutire (e ad interpretare) l’impatto e gli stravolgimenti che il vento della “Modernità” porta con sé, soffiando su città e villaggi, spazzando le comunità rurali, agitando le frasche sempre più rade delle culture locali, dalle coste della Casamance sino alle grotte della falesia Dogon.

Sull’altra sponda, quella “moderna” (5) e “occidentale”, si è invece trattato di confrontarsi con modalità diverse di vivere (ed interpretare) il rapporto con la salute, con la malattia, con la conoscenza, con la comunità d’appartenenza, con le dimensioni spirituali e invisibili. Modalità di vivere che emigrano assieme alle persone che sempre più spesso decidono di (o sono costrette a) attraversare mondi, spesso mettendo a rischio la propria vita, e con cui oggi dobbiamo inevitabilmente confrontarci. E ragionare assieme sui vantaggi, sui limiti e sulle prospettive di questa progressiva modernizzazione/occidentalizzazione del mondo, che sul piano economico, sociale, culturale e scientifico va interrogata e non subita; ma anche sui limiti e le prospettive dei saperi tradizionali, strettamente legati all’identità ed alla sopravvivenza delle comunità locali e di chi, allontanatosi da queste comunità locali, prima è approdato e poi si è perduto su una delle tante “terre d’occidente”.

Al di là di finalità e obiettivi espliciti, il progetto ha quindi cercato di sostenere quelle “culture locali che con i loro rimedi parziali – fisici e spirituali – per alcune sofferenze della vita, sono sistematicamente distrutte o attaccate”. E di consolidare il ruolo dei guaritori che, “lasciati lì a penzolare in un punto imprecisato fra cielo e terra, rischiano di diventare inattuali, inservibili. Merce scaduta. Colore locale. E di svendere l’unica cosa che possiedono veramente” (Arundhati Roy).


Sono trascorsi 10 anni. Nel frattempo sono rientrato in Italia. Ho avuto due figli. Ho progressivamente diminuito il mio impegno nei progetti di cooperazione e ho incrementato il tempo dedicato al lavoro clinico. Ma ho continuato a portare avanti un lavoro di “mediazione” tra saperi, pratiche, visioni del mondo. In Italia. Con la popolazione migrante, con i rifugiati, con i richiedenti asilo. Ma non solo.

Nel tempo ho sperimentato l’importanza di guardare il mondo con occhi diversi, di interrogare le mie “verità” e i miei radicamenti, di valorizzare i saperi altrui con i loro pregi e i loro limiti. Non sempre ci sono riuscito. Ma il lavoro di cura che cerco di portare avanti nel mio studio, nel tempo e nello spazio delle sedute con i pazienti, passa da lì. A prescindere dalle origini e dalla storia della persona che ho di fronte.


(1) John Berger, Dodici tesi sull’economia dei morti, in “Abbia cara ogni cosa”, Fusi Orari - Ed. Internazionale, 2007.

(2) Nel corso del progetto, numerosi sono stati i casi di Progetti, Enti o Persone che abbiamo incrociato – e con cui ci siamo dovuti misurare – che interpretavano il lavoro con la Medicina Tradizionale non tanto come un’attività di scambio e confronto, ma piuttosto come un’occasione di sfruttamento e arricchimento (nulla di male, se questo non avvenisse senza la partecipazione dei guaritori alla divisione degli utili).


(3) Il sapere dei guaritori, tramandato di generazione in generazione e fondato su una concezione olistica dell’uomo e del mondo, viene ridotto ad un insieme disordinato in cui conoscenze e credenze si confondono senza nesso e senza storia. Di questo insieme disordinato, si prendono gli aspetti che da un punto di vista sociale ed economico possono nutrire un qualche interesse (le piante medicinali, l’accesso ai malati, ecc.) e si rigettano gli aspetti più disturbanti (il rapporto con l’invisibile, i sacrifici, i percorsi iniziatici, ecc.). Le proposte di intervento e di aiuto che vengono quindi offerte (ed a volte imposte) non partono dai bisogni reali dei guaritori, ma dai bisogni dei Progetti, degli Enti o delle Persone che lavorano con loro (ma non per loro), lasciando inalterate le condizioni che sono alla base delle difficoltà e delle richieste dei guaritori stessi.


(4) Serge Latouche, Il pianeta dei naufraghi, Bollati Bringhieri, Torino 1993.


(5) Bruno Latour, Non siamo mai stati moderni, Elèuthera, Milano 1995.




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